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Argentina Tour

19/12/2007 GMT 1

Argentavis magnificens, il più grande uccello noto

argentinatour @ 15:17

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Solcava i cieli dell’attuale Argentina sei milioni di anni fa: si tratta dell’Argentavis magnificens, il più grande uccello noto. Ora i ricercatori della Texas Tech University descrivono le caratteristiche del suo volo sulle pagine dei "Proceedings of the National Academy of Science".

 

Grazie alla sua apertura alare di sette metri, l’animale era un esperto del volo planato, ottenuto sfruttando al meglio le correnti ascensionali e spiccando il volo da punti molto elevati, così come fanno molti uccelli odierni. "Ma una volta che si trovava su una corrente ascensionale, poteva probabilmente guadagnare uno o due chilometri di quota senza neanche un battito d’ali, ma semplicemente mantenendo una rotta circolare. Una volta guadagnata quota, poteva passare a un’altra corrente ascensionale e percorre in questo modo fino a 300 chilometri al giorno. Ha spiegato Sankar Chatterjee, curatore della sezione di paleontologia del Museo del Texas Tech University e coordinatore della ricerca.

 

Dai ritrovamenti effettuati nella Formazione di Andalhuala, vicino a Catamarca, alle pendici delle Ande, nella Formazione di Epecuen nei pressi di Carhue, e nelle Salinas Grandes de Hidalgo, nella pampa argentina, risulta che molto probabilmente l’uccello non possedeva neppure la muscolatura in grado di sollevare la sua massa, stimata intorno ai 70 chilogrammi, né per mantenere un battito d’ali costante durante il volo

San Antonio de Areco: Museo Gauchesco e Parque Criollo

argentinatour @ 17:44

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San Antonio de Areco è uno dei paesi più caratteristici e antichi della campagna argentina.

Il paese e la zona circostante trovano la propria origine in una cappella innalzata nella estancia del facoltoso Josè Ruiz de Arellano, sotto la protezione di S. Antonio di Padova. La popolazione di Areco era sotto l'amministrazione del Cabildo de Lujan fino al 1762, anno in cui venne istituita una municipalità sorella, chiamata Partido San Antonio de Areco.

La costruzione è un' amalgama armonica di edifici di fine secolo e chalet moderni. Gran parte degli edifici della città, per rispettare lo stile di quelli che risalgono alla sua fondazione, hanno ricevuto la denominazione municipale di "lugares significativos"; tra questi, la casa del sacerdote inglese, la chiesa di S.Antonio da Padova, la casa municipale, l'antico municipio, il magazzino La Esquina de Don Segundo Sombra, la casa di Emma Rojo, la casa di Gassaniga, la tenuta di Guerrico, il Fogòn Guirlandes, il ponte vecchio, la casa di doña Dolores Goñi de Guirlandes e il Prado Español.

Da Visitare

POSTA DE MORALES: Fu una delle prime poste nella provincia di Buenos Aires. Venne dichiarata Lugar Historico Provincial.
PARQUE CRIOLLO E MUSEO GAUCHESCO "RICARDO GUIRALDES": Venne fondato il 16 ottobre del 1938. La casa, che è sede del museo e riproduce un'autentica estancia antica, si erge al centro del parco, circondata da un fosso, alla maniera di una trincea ed è decorata con cannoni. Attraversando un ponte levatoio si arriva all'edificio, che è composto da tre parti: il casco, con cinque sale, la ermita di S.Antonio, piccolo santuario dove si venera l'immagine di S.Antonio che risale al XVII secolo; la "tahona" che è dell'anno 1848 -macchinario in legno che serviva per macinare il grano- si trova insieme alla "pulperia"- "La Blanqueada", con una vetrina con inferriate per servire i clienti.

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ZOOLOGICO E MUSEO "CARLOS MERTI": Possiede un'importante collezione di flora e fauna della zona.
SOLAR DE JUAN HIPOLITO VIEYTES: Una targa segnala il luogo che era occupato dalla sua casa natale.
MONOLITO A "RICARDO GUIRALDES": venne eretto in omaggio al poeta, il 9 luglio del 1929.
PONTE VECCHIO: costruito nel 1857. E' il primo ponte dove si pagava il pedaggio.
CIMITERO: Conserva i resti di Ricardo Guiraldes e di sua moglie, e scritti sul personaggio del poeta, " Don Segundo Sombra".
MUNICIPALITA':edificio in architettura italica, costruito nel 1885.
CHIESA E CASA PARROCCHIALE:costruita nel 1870.
ANTICO MUNICIPIO: E' del 1886. I suoi saloni furono scenario d'importanti esposizioni e fatti culturali che diedero origine al "Dia de la Tradiciòn".
CASA DE BURGUEÑO: Costruzione del secolo XIX. Residenza storica.
Da Visitare:
Biblioteca Manuel Belgrano e Archivio Storico Municipale. Plaza Arellano. Casa de Zapiola. Rancho Atelier del pittore Gasparini. Club Nautico. stabilimento balneare Municipale. Stazione ferroviaria Gral. Bme. Mitre. Estancia Cinacina, situtata a sei isolati dalla piazza principale (tra Mitre e Pellegrini), dove si svolgono spettacoli e balli folkloristici, corse di cavalli; ci sono graticole per cucinare l'asado, una "pulperia" autentica trasferita dal 9 de Julio e una collezione familiare di carri.
Escursioni:
ESTANCIA "LA BAMBA": appartiene alla famiglia Aldao. La costruzione originale è della metà del secolo. E' formata da due case con otto stanze e una piscina, funziona come hotel, con pensione completa e sale per conferenze durante tutto l'anno, tranne che a febbraio. C'è la possibilità di giocare a golf e a tennis al Country Club di Areco, che dista 8 km, si può cavalcare, pescare nel fiume Areco che attraversa l'estancia, passeggiare con carri e osservare gli uccelli; a due kilometri si trova l'aereoclub.
ESTANCIA "LA PORTEÑA": Estancia "criolla", con alloggio (6 stanze) pensione completa, piscina e sala per conferenze; offre inoltre equitazione polo e tennis (a 4 km) e aeroclub (a 2 km).
ESTANCIA "LOS PATRICIOS": Estancia accogliente con alloggio ( 5 stanze) pensione completa, piscina, carri, polo, paddle, equitazione, golf (a 5 km) e aeroclub (a 8 km).

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16/11/2007 GMT 1

La Boca: nostalgia di Genova a Buenos Aires.

argentinatour @ 08:36

Quartiere La Boca, Buenos Aires

Cosí scriveva, nel 1930, de Souza Reilly a proposito della Boca, il quartiere "genovese" di Buenos Aires: Non appena giungiate alla Boca del Riachuelo, i vostri cinque sensi vi grideranno all'orecchio come un capostazione: "Genova! [...] Le parole, gli odori, i sapori, insomma tutto vi produrrà l'impressione pittorica, panoramica, superficiale di trovarvi a Genova. Una manciata di casette variopinte, il porticciolo gremito di imbarcazioni, la parlata genovese che risuonava nelle strade--e ovunque il profumo inconfondibile della farinata e della focaccia calda... Tale doveva essere il vecchio quartiere della Boca: una Genova in miniatura, popolata da marinai e pittori, massaie e prostitute, poeti vernacolari e contrabbandieri, commercianti e compositori di tango. Un quartiere di angiporto: variopinto e inquietante, povero e fiorente al contempo, ove l'immigrazione prevalentemente ligure aveva imposto pacificamente l'uso del dialetto genovese.

Tutti, con poche eccezioni, vivevano nei "conventillos" della Boca, ove cinque, sei famiglie installate ciascuna in una stanzetta attorno al patio compartivano bagno e cucina. Sostengono, i bochensi odierni, che questi immigrati formassero comunità utopiche ove la povertà era dignitosa, e ove regnavano solidarietà, amicizia e ordine assoluto. Dipinte e ritoccate continuamente con le vernici delle imbarcazioni, le casette della Boca conferivano al quartiere l'aspetto pittoresco per cui esso resta iscritto nell'immaginario urbano di Buenos Aires come un luogo esotico, come la piccola Genova dove gli antichi immigrati avevano imposto il modus vivendi della loro patria. Nella Boca un po' ingrigita di oggi, i discendenti degli immigrati italiani esercitano ancora il culto della memoria ligure del quartiere.

Ai genovesi in visita, la gente della Boca racconta--con un po' di compiacimento--aneddoti gustosi sullo spirito industrioso, sí, ma anche ribelle dei loro antenati. Anticlericali convinti di fede massone, socialista e anarchica, raccolti in quella che è l'oramai centenaria associazione mutuale "La Ligure", questi vecchi genovesi resero la vita difficile a più di un parroco della chiesa locale. Nel 1882, a seguito di uno sciopero generale, pare che essi fossero giunti al punto di issare la bandiera genovese sull'edificio più alto del quartiere, proclamando la nascita della "Repubblica Genovese della Boca." Se tale repubblica ebbe vita breve, va anche detto che essa lasciò un segno profondo in una memoria collettiva improntata all'orgoglio delle proprie radici. Una memoria, quella della vecchia Boca genovese, che non si perde.

Sono ancora tante le storie di famiglia che il visitatore odierno può raccogliere camminando per le stradine del quartiere. Punteggiate di parole italiane, e più spesso ancora di termini genovesi, queste storie cominciano immancabilmente con il "barco" da cui scesero i nonni (o i genitori), ciascuno determinato a passare dalla povertà a una discreta ascesa sociale attraverso la redenzione del lavoro. Ma l'anima della Boca non è solo l'orgoglio di un'immigrazione industriosa: qui, infatti, la dimensione epica del riscatto sociale è ingentilita da altri due temi fondamentali della comunità immigrante creolizzata: la pittura e il tango.

La Boca degli anni d'oro (ossia dalla seconda metà del secolo scorso fino alla fine degli anni '60) è il quartiere boemio in cui pittori come Alfredo Lazzari o Quinquela Martin--tutti di origine rigorosamente italiana--installavano i loro cavalletti sulla ribera o direttamente nelle barche, contribuendo con le loro opere all'identità caratteristica del luogo. Del tango, la Boca é uno dei luoghi mitici. Lo é perché il tango esprime la malinconia degli immigrati. E lo é anche perché l'angiporto forniva lo sfondo adeguato per un ballo di origine postribolare, e per canzoni i cui testi (letras) erano scritti in lunfardo, il gergo della malavita infarcito di espressioni dialettali italiane, spesso genovesi. Fino a non molti anni fa, il tango lo si ballava fino all'alba nelle pizzerie (cantinas) della Boca, tra una porzione di faina' e un bicchiere di vino. Il turista di oggi, invece, si deve accontentare di una passeggiata in Calle Caminito, dedicata al celeberrimo tanguero bochense Filiberto.

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Oggi museo all'aria aperta, Caminito é la meta prediletta degli artisti di strada bonaerensi, ove pittori, ballerini di tango e suonatori di bandoneon si contendono l'attenzione dei turisti. Non si illuda, il viaggiatore odierno, che la Boca sia ancora pronta a gridargli in faccia la sua genovesita' come lo era negli anni '30. Da oltre due decenni il quartiere versa in uno stato di semi-abbandono. Mentre le inondazioni delle acque nere del fiume Riachuelo si succedevano inesorabilmente, le carcasse di vecchie barche si accumulavano nel porticciolo ormai inutilizzato. Molti bochensi abbandonarono i vecchi conventillos per trasferirsi nei quartieri alti di Buenos Aires. Certo--quasi in attesa di tempi migliori--l'anima genovese della Boca permane. Sta peró al visitatore trovarla, avventurandosi con pazienza nella dimensione della memoria, dell'immaginario collettivo che trasfigura costantemente il presente nel passato, e il passato nel presente. La troverà, la "piccola patria" (patria chica), nei racconti dei discendenti dei tanti liguri che, venuti in Argentina per "fare l'America," inventarono un nuovo modo di pensare a Genova. Al di là della commercializzazione turistica, la Boca genovese si nutre con voracità della nostalgia della gente del luogo. Come un tango triste e bello, essa concede ancora ai bochensi il privilegio di un'identità poetica altrimenti negata a un paese in crisi.

03/11/2007 GMT 1

Penìnsula Valdès, vero paradiso naturale

argentinatour @ 21:57
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A 1.200 da Buenos Aires si trova una delle riserve faunistice più belle del Paese: otarie, leoni marini, guanaco, nandù ma soprattutto, da maggio a dicembre, la balena australe sono frequentatori numerosi ed assidui della zona di Peninsula di Valdes.

Le acque circostanti, zona di riproduzione della balena franca, sono state dichiarate monumento nazionale naturale. L'interno della penisola è formato da una delle depressioni continentali più basse al mondo (Salina Grande e Chica - 42 mt sotto il livello del mare).

Da Puerto Piramide partono regolari escursioni di whalewatching. Punta Tombo , a 110 km a sud di Punta Tombo, ospita una colonia di ben mezzo milione di pinguini, la più vasta zona di nidificazione in tutto il Sud America.

La Penisola di Valdés (in spagnolo Península Valdés) è una penisola situata lungo la costa atlantica nella provincia del Chubut, in Argentina. Ha un'estensione di circa 3,625 km². L'unico nucleo abitato è il villaggio di Puerto Pyramides, mentre la città più vicina è Puerto Madryn, distante circa 50 km.

Buona parte della penisola è costituita da terreno arido con qualche lago salato. Il più grande di questi laghi si trova ad un'altitudine stimata di 40 metri sotto il livello del mare, ed era fino a poco tempo fa considerato il punto più basso dell'Argentina e dell'intero Sudamerica.

È un'importante riserva naturale, designata Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO nel 1999. La costa è abitata da mammiferi marini, come il leone marino sudamericano, l'elefante marino e la foca sudamericana.

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La balena franca può essere inoltre avvistata nel Golfo Nuevo e nel Golfo San José, specchi d'acqua protetti, situati fra la penisola e la terraferma della Patagonia. Queste balene migrano in queste acque fra Maggio e Dicembre, per l'accoppiamento e il parto, poiché le acque nel golfo sono più calme e più calde che in mare aperto.

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Anche l'Orca è visibile lungo la costa, nel mare aperto oltre la penisola.

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L'interno della penisola è abitato da nandù, guanachi e maras. Nell'isola è presente anche una grande varietà di uccelli: almeno 181 specie, 66 delle quali migratorie, vivono nella regione, incluso il piccione Antartico.

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27/10/2007 GMT 1

Bariloche

argentinatour @ 21:17

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San Carlos de Bariloche (detta anche semplicemente Bariloche) è una città dell'Argentina con una popolazione di circa 89.000 abitanti. Si trova nella provincia del Río Negro, nella Patagonia nord-occidentale, ai piedi delle Ande, sulle sponde del lago Nahuel Huapi, circondata dai monti Tronador, Cerro Catedral e Cerro López. È una famosa stazione sciistica ma offre anche altre attività quali sport aquatici, trekking e alpinismo. È nota come la Svizzera Argentina.

Il nome Bariloche deriva dal termine Mapuche Vuriloche, che significa "popolo che abita dietro la montagna" (furi = dietro, che = popolo). Il passo Vuriloche era utilizzato dai Mapuche per attraversare le Ande e fu tenuto a lungo nascosto ai preti europei.

Fondata originariamente da austriaci e tedeschi intorno al 1895, prende il proprio nome da Carlos Wiederhold, il quale aprì un piccolo negozio in prossimità dell'attuale centro cittadino dopo aver attraversato le Ande dal Cile. Nelle lettere indirizzate a lui, veniva chiamato erroneamente San Carlos invece che Don Carlos, il che spiega il motivo per cui la città fu chiamata San Carlos de Bariloche. La città è inserita in un paesaggio dal tipico aspetto alpino.

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Bariloche fu fondata ufficialmente il 3 Maggio del 1902, tramite un decreto del ramo esecutivo del Governo Nazionale. Nel 1909 vi erano 1.250 abitanti, il telegrafo, l'ufficio postale, e una strada che collegava la città con Neuquén. Il commercio, tuttavia, continuò a dipendere dal Cile fino alla costruzione della ferrovia nel 1934.

Tra il 1935 e il 1940, il Direttivo dei Parchi Nazionali portò avanti una serie di opere urbanistiche, conferendo alla città la propria caratteristica bellezza. Fra di esse: Il Centro Civico (nel quale si trovano una biblioteca, un teatro, un museo, il municipio, l'ufficio postale, la stazione di polizia e la dogana), la Cattedrale e l'hotel Llao Llao.

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Il turismo, nazionale e internazionale, è la principale risorsa economica di Bariloche, durante tutto l'anno. La principale stazione sciistica si trova presso il Cerro Catedral. In estate, splendide spiagge come la Playa Bonita e Villa Tacul accolgono frotte di turisti e anche qualche coraggioso bagnante (le acque dei laghi sono sempre molto fredde. Il lago Nahuel Huapi ha una temperatura media di 14 °C in estate). La stagione della pesca è un'altra grande attrazione. Bariloche è la città più grande all'interno dell'enorme Distretto dei Laghi, ed è base e punto di partenza per molte escursioni nella regione. Il trekking nelle montagne circostanti, quasi totalmente disabitate e selvagge fatta eccezione per alcuni rifugi montani, è un attività molto praticata. La città è famosa anche per la produzione di cioccolato.

La città possiede un moderno aeroporto in grado di ricevere qualsiasi tipo di velivolo. Molte delle principali compagnie aeree argentine volano regolarmente su Bariloche, così come alcune compagnie internazionali dei paesi confinanti, specialmente durante la stagione sciistica.

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Collegamenti esterni 

San Carlos de Bariloche su DMoz (Segnala su DMoz un collegamento pertinente all'argomento San Carlos de Bariloche)

Technorati Profile

14/10/2007 GMT 1

Fitz Roy

argentinatour @ 12:00
 

Il Fitz Roy è detto anche Chaltèn, monte che fuma. Così l’avevano battezzata gli Indios, credendolo un vulcano per via della nebbia che ne avvolge la cima. Alto poco più di tremila metri, il Fitz Roy deve la sua fama d’impossibile alle enormi pareti rocciose spesso ricoperte da lastroni di ghiaccio ed alle proibitive condizioni climatiche. Le stesse condizioni climatiche che fecero dire a Lionel Terray, il mitico alpinista francese che nel febbraio 1952 fu il primo, con 7 compagni, a scalare il Fitz Roy: "È stata l'unica montagna che ha messo alla prova la mia capacità di sopportazione e anche il mio morale”.
 

 

Itinerario consigliato
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1° giorno El Chalten - Campamento Poincenot
Lasciare El Chalten camminando verso nord sulla strada principale RN23 per il Campamento Madsen. Svoltare a sinistra all’evidente bivio, seguendo il sentiero che conduce dolcemente in salita attraverso un bosco meraviglioso. Dopo la vista fantastica verso nord sul Rìo de las Vueltas si sale nel fitto bosco, e a volte si intravedono le cime all’orizzonte. Dopo circa 2 ore il Fitz Roy appare, tutto ad un tratto, lasciandovi senza fiato. Il sentiero continua, e verso sinistra scende un altro sentiero (indicazioni) alla tranquilla Laguna Capri in soli 15 minuti. Questa deviazione è consigliata; l’acqua, chiara come il cristallo, riflette le montagne che tronano a distanza. Alcuni trekkers scelgono di dormire qui, ma se volete vedere il Fitz Roy dal belvedere all’alba vi consigliamo il più popolare (e affollato) Campamento Poincenot.
Tornare al sentiero principale e continuare per arbustri e brughiera fino alle indicazioni per la scorciatoia (non percorribile) che, da ovest, collega il Fitz Roy trek con quello del Cerro Torre. Il nostro percorso prosegue invece in un largo arco verso NO, a volte attraverso una palude, seguendo segnalazioni gialle per un ponte e poi verso sinistra attraverso il bosco fino allo spazioso Campamento Poincenot.

Se fatto come trek di un giorno, attraversare il campeggio per godere la vista sul Monte Fitz Roy per poi ritornare lungo la via di salita. Altrimenti mettere su la tenda e godere la vista.

2° giorno Campamento Poincenot - Laguna de Los Tres (Monte Fitz Roy Lookout) - return
Il trek da Campamento Poincenot a Laguna de Los Tres offre una vista spettacolare sull’intero massiccio del Fitz Roy; una partenza presto la mattina e buon tempo vi regaleranno un’alba da non dimenticare.

Lasciare Campamento Poincenot attraversando prima un piccolo fiume poi, continuando verso ovest, un ponte sospeso sopra il furioso Rio Blanco per entrare nel Campamento Rio Blanco, il campo base usato dagli alpinisti. Tenere la sinistra per seguire il sentierino fuori dal bosco sul ripido pendio ghiaioso. Questo porta, dopo un salto, alla cresta vera ed il bellissimo belvedere con viste sulla Laguana de Los Tres, l’impressionante massiccio del Fitz Roy, e le desolate steppe che si estendono per centinaio di chilometri verso est. Il contrasto non potrebbe essere più grande.

Da qui ritornare al campeggio, rifare la tenda e ritornare lungo il sentiero di salita a El Chalten.

FITZROY

 

Dicono che i sogni non si risognano, però quando osservavo la gioia che rideva negli occhi di Horacio e Luca, mentre distillando l’ultima fatica mi raggiungevano sopra l’orizzonte infinito del Chaltèn-Fitz Roy, ho capito che avevano appena realizzato il sogno della vita, il loro sogno impossibile.
Li guardavo in silenzio, a tratti e a lungo, provando sensazioni ed emozioni più di quante ne possa contenere il cuore, prima che il vento si portasse a spasso anche i miei pensieri.
Come passa il tempo! Dopo vent’anni mi ritrovavo di nuovo lassù, con compagni diversi ma che stavano vivendo la loro prima grande ed irripetibile esperienza, ancora in quell’angolo di cielo terso e amico intento a forgiare vitalità e soddisfazione, percependo quel grandioso ambiente con tutti e cinque i sensi, quasi a non accorgermi di quegli attimi fuggenti.
Ora sulla "cumbre", mentre il vento ci avvolgeva già dal mattino con le sue raffiche gelide ed intense, cercando continuamente di insinuarsi maligno tra le varie indecisioni e le nostre fragili certezze, fermavo ogni tanto lo sguardo più in basso sulle rocce rosse della cresta di uscita della Supercanaleta e vari ricordi mi affollavano la mente: dalla mia prima volta quando sbucavo da quella cresta, alle altre grandi esperienze vissute sui picchi di fronte, su quelle strane Torri incappucciate da curiose meringhe ghiacciate.

Chaltèn… Fitz Roy, la montagna dai due nomi. E’ curioso ritrovarsi a pensare quale nome sia più adatto per il colosso di granito che domina di slancio tutta la Patagonia.
Chaltèn, il monte che fuma, per via di quelle nubi vorticose che avvolgendone spesso la cima si sfilacciano poi veloci nel cielo. Sarebbe questo il vero nome, l’originale dato dagli indios Tehuelche a quella imponente montagna che credevano fosse un vulcano. Ed a pensarci bene è stato un vero peccato che, in piena era coloniale, di sterminio fisico, di odio e di annientamento della tradizione india, al Perito Francisco Moreno sia venuto in mente, purtroppo, di ribattezzare quella magnifica montagna con il nome del capitano della nave inglese Beagle.
Sarebbe davvero suggestivo se questo splendido simbolo di pietra dagli infiniti orizzonti potesse ritornare ad essere il Chaltèn degli antichi Tehuelche, però mi rimane l’impressione che quel nome le sia stato rubato una seconda volta. Di questi tempi votati al turismo globale, quando si dice Chaltèn balza ormai subito alla mente quel villaggio sorto ai suoi piedi troppo in fretta per questioni politiche, senza regole né buon senso, gran brutto esempio di anarchia urbanistica al limite tra la pampa desolata e gli sterminati ghiacciai, i grandi laghi ed il parco nazionale.

Da tre lunghi anni però avevo una parte di cervello sempre parcheggiata sulla parete nord-est del Chaltèn, da quando con Fabio Leoni e Rolando Larcher c’eravamo illusi di credere nella benevolenza della sorte, avventurandoci per circa 500 metri lungo i fianchi spigolosi della parte bassa per poi, dopo sei lunghi e penosi bivacchi nelle portaledge, appesi solamente alle nostre speranze, subire l’inevitabile "fracaso" del "Todo o Nada", ricacciati ed investiti immeritatamente sotto le slavine dalla più brutale bufera che io possa ricordare.
Quando nel cervello di un uomo da tempo scodinzola troppo la curiosità è risaputo che non occorre più dargli molti consigli perché tanto sa sbagliare da solo. E a me è capitato di tornarci nel frattempo altre due volte senza però grandi disegni nella testa, solo richiamato dal fascino di quei grandi spazi spesso resi impenetrabili dai densi fumi di tempesta; perciò forse solo per questo mi rimane ancora il beneficio del dubbio di non avere proprio del tutto sbagliato.

Sono quindi tornato in dicembre accompagnato dall’entusiasmo della prima volta di Fabio Giacomelli "Giac" e dalle timide esperienze patagoniche su montagne minori di Horacio Codò e Luca Fava; chalteniani d.o.c., perché da dove abitano, il Fitz Roy, la montagna simbolo, il gigante patagonico, il loro mito, "tiempo feo" permettendo ce l’hanno proprio stampato davanti come su un’eterna cartolina.
Durante la seconda metà di dicembre e per quasi tutto gennaio le condizioni ambientali e meteo non ci aiuteranno di certo a sperare granché, facendo presagire ad un altro disastroso sbaglio. Riusciamo comunque a salire in condizioni quasi invernali i primi seicento metri di parete con presenza di molta neve, fessure e diedri intasati di ghiaccio e placche rese ancora più difficili ed infide dal vetrato, scegliendo così, soprattutto per motivi di sicurezza, di attrezzare la via fino alla comoda cengia del "Bivachotel Patagonicus"; la quale comodità di bivacco risulterà poi fondamentale per superare l’impressionante susseguirsi di difficili placconate nella parte superiore della parete, senza mai scendere.

Verso i primi giorni di gennaio "Giac" termina le sue ferie e quindi se ne deve rientrare a malincuore in Italia mentre con Luca avrò modo, ancora per alcuni giorni, di tornare a ricucire pazientemente qualche speranza durante le lunghe attese nella "cueva de hielo" al Paso Superior. Per Horacio e Luca era la prima volta su una grande parete e, avendo poca esperienza, dapprima non si fidavano neppure di confidarmi che sarebbe piaciuto loro almeno provare a mettere le mani sul Chaltèn. Leggendo il loro immenso desiderio negli occhi mi è venuto quindi spontaneo incoraggiarli ad intraprendere la loro prima grande avventura.

Nessuno di noi credeva veramente nella riuscita della salita. L’abbiamo affrontata sin dall’inizio con semplicità ed essenziale rispetto, senza tante velleità e solamente con l’idea di divertirci arrampicando il più in alto possibile. Niente spirito agonistico quindi, anche perché lassù non c’è proprio nulla da conquistare... niente eroismi e nessuna sfida, battaglia o guerra da intraprendere per alcunché con relative vittorie o sconfitte, e la totale assenza di "contratti", media, sponsor e condizionamenti commerciali. Solo un vero alpinismo di ricerca rivolto più al recupero del rapporto umano, senza fretta, record da battere o corse che lasciano indietro i compagni. Non ci siamo fatti "annunciare" da nessuno, però poi in silenzio, piano piano, le cose si sono succedute da sole e salendo abbiamo recuperato la fiducia, sbloccando di conseguenza anche il cervello.

Succede raramente che il vento si intenerisca, però ancora adesso mi piace pensare che lui abbia apprezzato la nostra genuina semplicità. Tutti i nostri movimenti volevano raggiungere un desiderio ma ci sembrava troppo grande per manifestarlo apertamente. Lui ha capito e ci ha deliziato con il tempo giusto, quell’azzurro da sogno che rende più profondo il cielo di Patagonia.
I nostri passi avanzavano increduli, quasi in punta di piedi per non disturbare troppo quel silenzio assoluto, segnando il tempo ed i giorni immersi in un’incredibile atmosfera.
Se è vero che in ogni opera di genio ritroviamo i pensieri che abbiamo scartato, salendo lungo quelle placche rifuggenti che non finivano mai, sentivamo quei pensieri ormai smarriti trasformarsi giorno dopo giorno in una superba linea di eleganza.

Come delle piccolissime pulci sperdute in quell’immane mare di granito arrampicavamo tutto il giorno tra le pieghe di quella grande montagna a lungo immaginata, per poi tornare la sera a riposare sdraiati sul comodo terrazzo nel mezzo della parete a picco sul vuoto, su quella breve linea sospesa a quasi 600 metri dal ghiacciaio, sotto una luna che diventava sempre più grande.
E quando ormai nella notte, richiudevamo stanchi la cerniera del sacco a pelo contro i nostri nasi, dopo che negli occhi si era impressionata la magia colorata del crepuscolo e la piramide del Chaltèn proiettava la sua lunga ombra lontano sugli altopiani ormai spenti della Patagonia, ci sentivamo veramente addosso il raro privilegio della sorte, mentre una miriade di pensieri si confondevano sospesi tra le mille luci della profonda ed oscura volta stellata.

Al mattino, con le mani gonfie e le dita consumate dal granito, era sempre un brivido ripartire dal nostro bivacco risalendo lungo la prima fascia strapiombante, poi, di nuovo riabituati i polpastrelli alla roccia, la verticalità continuava a sorprenderci con un’arrampicata particolare ed in una dimensione di continua scoperta. Solo di fianco, la sagoma caratteristica del pilastro Casarotto fungeva da nostro metro di riferimento e ci pareva di non arrivare mai all’altezza della sommità del gran diedro che lo stacca dalla mole del Chaltèn, rendendolo quasi un’unità a sé.
Ogni angolo, ogni anfratto, terrazzo, placca, diedro, camino o fessura, ogni piega, ogni metro di quella grande parete svelava una realtà separata, un mondo a sé, quasi irreale da come lo immaginavamo osservandola dal basso.

Poi, come tutte le storie che finiscono bene, dopo sei bivacchi in parete, dei quali uno gelido poco sotto la "cumbre" e sette giorni passati nel sogno, ci siamo risvegliati d’un tratto ad un soffio dal cielo a guardare tutta la Patagonia dall’alto, affacciati sul fascino di nuovi orizzonti dall’infinito belvedere del Chaltèn. Unico rammarico, però, rimane quella pietra cadente che mi colpirà la mano il mattino dopo essere scesi a bivaccare di nuovo a metà parete, mentre risalivamo a recuperare le ultime corde che non eravamo riusciti a togliere la sera precedente scendendo dalla cima. Pareva tutto di un tratto che persino il tempo si fosse capovolto.
Poi, durante le calate verso il ghiacciaio con la mano destra bloccata, uno strano tarlo mi rodeva un po’ dentro nel vedere la roccia finalmente asciutta e pulita dalla neve e dal ghiaccio dopo otto giorni di bel tempo. Durante tutta l’ascensione avevamo trovato condizioni piuttosto complicate, dapprima per la presenza di molta neve sulla parte bassa e poi, durante i primi quattro giorni di salita lungo la parete superiore, ci siamo ritrovati alle prese con fessure e diedri intasati di ghiaccio con cadute di pulizia della neve accumulata durante il precedente lungo periodo di maltempo.
Ora, con il granito in quello stato e la conoscenza dei passaggi, sarebbe stato puro divertimento, dopo un breve recupero, provare a rifare la salita in arrampicata libera… ma purtroppo quella seppure piccola riserva di malasorte ci ha voluto ancora una volta mettere lo zampino ricacciandomi a casa con un ricordino non proprio gradito.

di Elio Orllandi

22/09/2007 GMT 1

Cascate del Iguazu

argentinatour @ 22:20

Le cascate di Iguazu (Portoghese: Cataratas do Iguaçu, Spagnolo: Cataratas del Iguazú IPA [iɣwa'su]) sono cascate generate dal fiume Iguazú situato sul confine tra lo stato Brasiliano del Paraná e la provincia Argentina di Misiones.

Il sistema di cascate consiste di circa 300 cascate, con altezze fino a 70 metri, lungo 2.7 kilometri del fiume Iguazù. La Garganta del Diablo ("Gola del diavolo"), una gola a forma di U profonda 150 metri e lunga 700 metri, è la più imponente, e segna il confine tra Argentina e Brasile. La maggioranza delle cascate sono nel territorio Argentino, ma dal lato Brasiliano (600 metri) si ottiene una visione più panoramica della Garganta del Diablo.

Le cascate sono condivise dal Parco nazionale dell'Iguazú (Argentina) e dal Parco nazionale dell'Iguaçu (Brasile). Questi parchi sono stati designati dall'UNESCO patrimonio dell'umanità nel 1984 e 1986 rispettivamente.

Argentina - Cascate di Iguazu

Le cascate di Iguazu viste da NASA World Wind e Google Earth

foto1 (Wikipedia)
foto1 (Wikipedia)

Le cascate del fiume Iguazu (foto1) sono forse quelle più frequentate e conosciute del Sud America. Il gigantesco fiume, che in questo tratto segna il confine tra il Brasile e l’Argentina, improvvisamente sprofonda in verticale per ottanta metri dentro una stretta gola, detta del diavolo, formando uno spettacolare arco di cascata largo due chilometri e mezzo.

Nessuna cartografia, immagine satellitare o realtà virtuale potrà mai sostituire la fisicità di un tale luogo, tuttavia è interessante scoprire quante informazioni geografiche vi si possono ottenere semplicemente esplorandolo attraverso globi virtuali come NASA World Wind o Google Earth.
foto2 (Google Earth)
foto2 (Google Earth)

Le informazioni disponibili in Rete sulle cascate sono prevedibilmente molto numerose. Basta una veloce ricerca su Google per scoprire che il luogo è annoverato, dal 1984, tra siti dichiarati Patrimonio dell’Umanità da parte dell’UNESCO, che il particolare ecosistema ambientale sub-tropicale che circonda le cascate è ulteriormente tutelato da due parchi nazionali, uno argentino, l’altro brasiliano, e che numerose sono le infrastrutture turistico-ricettive per poter comodamente visitare questa meraviglia del mondo; le foto a corredo sono ovviamente spettacolari, meravigliose e altrettanto numerose.
Tuttavia, in questa grande quantità di informazioni, qualcosa (molto) inevitabilmente sfugge: le cascate sembrano sospese sopra un luogo senza tempo e senza spazio. Un luogo di paradiso fatto di foresta sub-tropicale, di specie endemiche uniche al mondo e di un oceano-cascata che si inabissa nel vuoto.

foto3 (NASA World Wind)
foto3 (NASA World Wind)

Per contestualizzare questa meraviglia, inserendola nel mondo contemporaneo in cui si vive, non vi è nulla di più facile, oggi, che aprire Google Earth o NASA World Wind e digitare nei rispettivi motori di ricerca: Iguazu Falls.

Google non poteva non fornire, per un luogo tanto frequentato, un’immagine satellitare ad alta risoluzione. Ecco quindi materializzarsi dall’alto le grandi e tanto acclamate infrastrutture turistico-ricettive (foto2): alberghi extra lusso, con tanto di piscina, passerelle che corrono lungo il fiume per affacciarsi sull’abisso. È una delle molte forme del nuovo mondo globale (quello ricco), in cui ogni luogo è vicino e omologato, affinché non vi manchi nulla di quello che si lascia per visitarlo.

foto4 (NASA - Parque Nacional do Iguacu)
foto4 (NASA - Parque Nacional do Iguacu)

Gli alberghi lungo la cascata non bastano tuttavia a contestualizzare il luogo: bisogna osservarlo da più lontano e da differenti punti di vista: per questo, NASA World Wind, grazie alle sue immagini satellitari Landsat e al suo accurato DTM, non ha rivali. Osservare la cascata in 3D da World Wind (foto3) infatti fa comprendere la superiorità di questo strumento, nel rendering grafico e nella restituzione 3D, rispetto a quanto comunemente ottenibile da Google Earth.
Si scopre così, inevitabilmente quanto poco sorprendentemente, che l’area protetta intorno alle cascate non è che una piccola macchia verde in una vastità collinare profondamente trasformata dall’attività umana e costellata da centri urbani più o meno grandi.
In territorio Argentino, spunta curioso, dalla foresta, anche un gigantesco aeroporto, che prima di raggiungere, a nord, la città, costeggia la cascata e i suoi centri turistici. Anche questo un segno del nuovo mondo globale, in cui tutto è vicino a patto di poterlo raggiungere in poche ore d’aereo.

foto5 (NASA World Wind)
foto5 (NASA World Wind)

I confini del parco: in territorio brasiliano (foto4) sono evidentissimi, come evidente è il differente livello di disboscamento a sud-est lungo il confine con l’Argentina.
Ancora, si notano le numerose dighe. Curioso anche qui, osservare la copertura Landsat del 1990 e metterla in comparazione con quella del 2000 (foto5): a sud delle cascate, in territorio argentino, ecco apparire una nuova grande diga!

Queste sopra sono solo alcune delle interessanti informazioni, sulla geografia di un luogo, che si possono ottenere in Rete, attraverso l’uso dei Globi 3D. Per non rischiare di visitare o studiare un luogo, senza prima averlo osservato (e immaginato) in un contesto geografico più ampio.

 

Ghiacciaio Perito Moreno

argentinatour @ 22:04

 

All´interno del Parco Nazionale I Ghiacciai si trova il ghiacciaio Perito Moreno, una meravigliosa lingua o massa di ghiaccio di 5000 metri di fronte e 60 m di altezza sopra il livello del lago Argentino.

È il piú famoso dei 356 ghiacciai che integrano il parco. A differenza d´altri ghiacciai, dove soltanto si producono distaccamenti, il Perito Moreno offre un fenomeno naturale unico: la rottura d´immensi blocchi di ghiaccio. Lo spettacolo è impressionante. Una massa colossale di ghiaccio bianco azzurro emerge dalle gelide acque.

I crolli delle sue pareti si producono costantemente, causando un forte strepito, dopo il quale la calma e il silenzio tornano a irrompere in questo paradiso gelato. Di fronte alla Penisola di Magellano, la parete di ghiaccio del ghiacciaio avanza finché taglia a metà il lago Argentino, bloccando il Canale delle Lastre e dando origine a una diga naturale.

Le acque del braccio Rico salgono di livello e cominciano a pressionare ed erodere la massa di ghiaccio. La parete del glacciaio si scioglie nei suoi frammenti piú deboli attraverso i quali filtra l´acqua, fino a crollare con uno strepito imponente.

Parco Nazionale Los Glaciares

Ghiacciaio Perito Moreno

Il Parco Nazionale I Ghiacciai, fu creato nel 1937, coprendo una superficie approssimata di 600.000 ettari e possiede 356 ghiacciai. Nel 1981 fu dichiarato Patrimonio Naturale dell´Umanità dall´UNESCO, con l´obiettivo di preservare la testimonianza del periodo quaternario, nel quale queste grandi masse di ghiaccio bianco dominavano la geografia del pianeta.

I piú importanti ghiacciai sono il Perito Moreno, Marconi, Viedma, Moyano, Upsala, Agassiz, Bolado, Onelli, Peineta, Spegazzini, Mayo, Ameghino, Moreno e Frias, tutti appertenenti al bacino atlantico.

Il Calafate
Argentina - Perito Moreno

Questo paese, situato nella la baia Rotonda del Lago Argentino, prende il suo nome da un piccolo arbusto tipico della patagonia australe ed è la porta d´entrata al maestoso mondo dei ghiacciai.

È il capoluogo urbano del Parco Nazionale I Ghiacciai, che fu fondata nel 1927 e ha sperimentato negli ultimi anni una crescita meravigliosa grazie al turismo.

Il Calafate è un oasi di pioppi, salici e pini al bordo della steppa patagonica. Il clima è secco, con una temperatura media massima in estate di 19º C e una media minima in inverno di -2º C. La durata del giorno varia secondo l´epoca dell´anno, dato che in estate schiarisce alle 5.30 e incomincia l´imbrunire appena alle 23.00. In inverno, invece, il giorno è piú breve, con soltanto 8 ore di luce.

In pieno centro è situata la fiera degli Artigiani che riunisce bancarelle d´artigianato argentine e latinoamericane. Fu inaugurato in ottobre del 2000 e fu realizzato integramente con legni e pietre della zona.

Lago Argentino
NAVEGANDO EN EL GLACIAR PERITO MORENO - EMBARCACION DE PASEO SOBRE EL LAGO ARGENTINO   -  GLACIAR PERITO MORENO  -  CALAFATE

Con le sue risplendenti acque bianche verdastre che coprono 1.600 km.2, una longitudine di 60 Km. e una lunghezza di circa 20 Km. è quello di maggior profondità dell´Argentina e il terzo di Sudamerica. Il colore bianco verdastro delle sue acque è dovuto al contenuto di polvere finissima, frutto dell´abrasione dei ghiacciai contro i loro letti rocciosi, chiamato latte glaciario.

Uno delle sue piú grandi attrazioni è il Canale delle Lastre di ghiaccio, di fronte al ghiacciaio Perito Moreno, pieno di blocchi di ghiacci galleggianti. Ha due divisioni: Braccio Nord e Sud. Si naviga da Porto Bandera uscendo all´incontro degli immensi ghiacciai Upsala e Spegazzini, scansando blocchi di ghiaccio galleggianti e fermandosi a "Baia Onelli".

Lo spettacolo è di bellezza indescrivibile. Come la maggior parte dei ghiacciai del mondo, le masse di ghiaccio che cadono sopra il Lago Argentino si trovano in retrocesso. Questo si constata dalla quantità ogni volta maggiore di blocchi galleggianti che si staccano dai fronti dei ghiacciai.

 

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